mercoledì 27 settembre 2017

La facilitazione delle riunioni: che cos'è e perché serve al mio gruppo

di Lucilla Borio

Il momento della riunione dovrebbe idealmente rappresentare per un gruppo, una cooperativa o una qualsiasi altra forma associativa un gran bel momento di incontro ed elaborazione collettiva di idee e progetti comuni. Attraverso l’elaborazione e grazie all’intelligenza collettiva, le idee si trasformano in azioni mirate al raggiungimento degli obiettivi comuni. In un contesto laico, la riunione può assumere la funzione di un rituale che rinsalda i legami personali ed il senso di appartenenza al contesto scelto, esercitando in modo evoluto la funzione “politica” del gruppo nell’operare scelte strategiche e dare il via a progetti ed attività pratiche condivise. Insomma, un momento vivificante ed entusiasmante, in cui incontrarsi tra “compagni di viaggio” e decidere insieme cosa fare, un momento da accogliere con grande gioia ed alte aspettative... ma è davvero così ?
Nella realtà, la notizia di essere convocati ad una riunione provoca spesso nei partecipanti sensazioni non proprio gradevoli, che vanno da un lieve fastidio ad una vera e propria ansia, unita ad un senso di disagio nell’immaginare la situazione che si troveranno a vivere: un incontro disfunzionale, caotico, spesso inutile e frustrante.

E voi che esperienza avete? Provate a vedere se il test vi ricorda qualcosa di familiare!

Test rapido per capire se al tuo gruppo serve la facilitazione
o Le riunioni spesso iniziano e terminano in ritardo rispetto all’ora di convocazione
o L’Ordine del Giorno non viene comunicato prima della riunione, e durante la riunione non è visibile
o E’ difficile contribuire all’Ordine del Giorno con proposte e idee personali
o Ad ogni argomento non viene assegnato un tempo specifico
o In riunione ci sono alcune persone che parlano molto e altre che non parlano affatto
o Ci sono prevaricazioni e spesso non viene rispettato il turno di parola
o Perdiamo molto tempo con argomenti fuori tema e giriamo “a vuoto”
o Non prendiamo appunti su una lavagna a fogli o in altro modo visibile a tutti
o Le decisioni non vengono prese in modo chiaro e condiviso
o Il contenuto stesso delle decisioni non è chiaro e condiviso da tutti i membri del gruppo
o Molte decisioni prese in riunione non vengono messe in pratica
o Non è chiaro dove vengono custoditi i verbali delle riunioni e che uso ne viene fatto
o La riunioni sono faticose, noiose e non si fanno pause
o Si sta sempre seduti e non si usano tecniche di partecipazione attiva
o Al termine della riunione non facciamo nessuna valutazione del lavoro svolto
o Il clima relazionale del gruppo è problematico
o Ci sono persone stressate dai troppi incarichi ed altre piuttosto passive
o Non riusciamo a realizzare le finalità dello statuto o della carta di intenti
o Siamo in una situazione di conflitto che ci tiene bloccati
o Poche persone partecipano alle riunioni del gruppo, alcuni abbandonano la riunione prima del termine
o Stiamo perdendo membri e non capiamo perché


Se vi identificate in almeno la metà di queste frasi, è chiaro che il vostro gruppo ha bisogno di facilitazione! Ma cosa significa questa parola, ancora (ahimè) poco conosciuta nella cultura italiana?
Facilitare significa organizzare le riunioni in modo razionale, efficiente e partecipativo, per dar modo a tutti i membri del gruppo di contribuire al processo decisionale con la propria creatività e responsabilità.
Il fine della facilitazione è il bilanciamento dei tre vertici del triangolo del Processo di gruppo che evidenzia gli aspetti fondamentali della collaborazione: risultato (cosa facciamo insieme, gli obiettivi), processo (come lavoriamo insieme, la modalità), relazione (come stiamo tra di noi, le persone).
Il facilitatore è la guida imparziale del processo di gruppo, rispetta e cura la relazione tra le persone e si impegna affinché il gruppo prenda le migliori decisioni possibili per realizzare i propri obiettivi. Volete saperne di più? Allora ... al prossimo numero!

Lucilla Borio, Ecovillaggio Torri Superiore
CLIPS – Community Learning Incubator Programme for Sustainability
Coordinatrice per l’Italia di IIFAC - International Institute for Facilitation and Change

Vivere e collaborare in modo sostenibile

di Lucilla Borio

L’essere umano è un animale per sua natura sociale, che si è evoluto grazie alle caratteristiche specifiche legate alla capacità di comunicare con i propri simili per elaborare strategie vincenti a fronte di situazioni di inferiorità fisica rispetto alla potenza degli ecosistemi e all’aggressività dei predatori.
Insomma, non avendo zanne ed artigli ha imparato a cacciare in gruppo per riuscire a sopravvivere. Per comunicare meglio, ha creato l’uso della parola detta, scritta, trasmessa e codificata. Anche oggi, nell’era del digitale e della comunicazione virtuale, sentiamo il bisogno di unirci a persone che sentiamo simili a noi nei desideri e negli interessi, e creiamo nel nostro prezioso tempo libero un gran numero di associazioni, comitati, consigli e gruppi con una finalità collettiva esplicita e condivisa. Abbiamo ben capito che l’unione fa la forza, e che collaborando con gli altri possiamo raggiungere risultati che da soli non potremmo.
Ma ahimè, molto spesso la collaborazione si tinge di difficoltà, e il nobile ideale che ci unisce scompare dietro una cortina di attriti personali, tensioni, disagi e conflitti. Nel tentativo di realizzare i nostri sogni, ci ritroviamo in uno scenario da incubo da cui vorremmo scappare a gambe levate. La buona notizia è che si può imparare a gestire le dinamiche sociali attraverso percorsi di conoscenza e formazione su come collaborare in modo costruttivo, rispettoso e pacifico per raggiungere i nostri scopi.

Il triangolo qui a lato mette in evidenza i tre aspetti fondamentali che concorrono a creare una buona dinamica interna: risultato (obiettivo = che cosa?), processo (modalità = come?), persone =relazioni (chi?). Il triangolo deve idealmente essere equilatero (cioè dare pari rilevanza a ciascun aspetto); al baricentro si pone la responsabilità condivisa tra tutti i membri del gruppo per bilanciare le tre forze presenti e distanziare i vertici. Applicare buone pratiche di relazione, processo ed operatività all’interno di qualunque gruppo dà vita ad un modo di essere, di vivere, di lavorare che contribuisce a creare giorno dopo giorno una cultura di pace e collaborazione.



Ecco un breve elenco degli aspetti principali da tenere presenti quando si fa parte di un gruppo e si desidera lavorare insieme agli altri:

1) la gestione dei rapporti personali: l’esperienza quotidiana ci insegna che il conflitto è ineludibile ed è sempre dietro l’angolo. E’ un polo energetico che catalizza e polarizza le energie delle persone e può portare l’intero gruppo alla paralisi ed infine alla disgregazione, passando attraverso grandi disagi e sofferenze personali.

2) il senso di appartenenza: è il filo rosso che lega insieme persone collegate tra loro da ideali e principi, non da vincoli di sangue o rapporti economici. Un’identità collettiva e condivisa crea un territorio comune entro il quale tutti si sentono sicuri e a proprio agio.

3) la cultura della partecipazione e del processo decisionale: imparare a organizzare bene le riunioni e a scegliere consapevolmente il processo decisionale dà forza all'operato collettivo e aumento molto la possibilità che le idee/progetti divengano realtà. Motiva i soci a partecipare volentieri e ad invitare altri amici da coinvolgere.

4) la funzionalità operativa: per realizzare gli obiettivi prefissati, il gruppo si organizza in modo razionale ed efficace per poter funzionare attivamente e raggiungere i risultati concreti che aveva prefissato.

In questo momento di crisi planetaria abbiamo l’urgenza di uscire dai vecchi schemi di competizione e sopraffazione (sia tra esseri umani sia nei confronti del pianeta), e di sostenere una cultura legata all'ascolto, all'inclusione, alla partecipazione e alla valorizzazione dell’intelligenza collettiva, parlando un linguaggio diverso e aprendo strade nuove nelle relazioni personali e collettive. Sarebbe auspicabile che anche la classe politica, molto impegnata a litigare e molto meno a cercare risposte reali ai gravissimi problemi che stiamo vivendo, si risvegli dal “sonno della ragione” in cui è precipitata e si apra ad una trasformazione del proprio modo, assai insostenibile, di lavorare.

Lucilla Borio, Ecovillaggio Torri Superiore
CLIPS – Community Learning Incubator Programme for Sustainability
Coordinatrice per l’Italia di IIFAC - International Institute for Facilitation and Change

lunedì 18 settembre 2017

Il multiverso interiore

di Nicola Bertin.

Forse qualche volta ti è capitato un momento di stress emotivo, di rabbia, tristezza o entusiasmo, gioia, e hai avuto un comportamento o una reazione diversa da quelle abituali, che hanno sorpreso te stesso o le persone che ti conoscono e ti hanno fatto dire "quello non ero io".

Magari hai sperimentato pratiche di meditazione in cui si cercava di osservare i propri pensieri. Se c'è quindi una parte di me che osserva e una parte di me che pensa e viene osservata, allora chi sono io ?

Se ti sei interessato di Psicologia o di Sviluppo Personale hai forse sentito parlare del bambino o della bambina interiore, secondo il modello dell'analisi transazionale. Secondo questo modello la personalità di ciascuno è composta da tre differenti strutture che generano tre diverse modalità coerenti di sentire, pensare e fare, l'Adulto, il Genitore e il Bambino.
Con la teoria di Ego, SuperEgo ed Es di Freud o degli archetipi di Jung, sono altri modi per esprimere l'idea che la personalità di un individuo è composta da parti diverse, a volte anche molto diverse tra loro.

Nella Psicologia orientata al Processo queste parti vengono chiamate figure di sogno. Una figura di sogno è la personificazione di un pezzo di informazione o modello che compare con una personalità. Questi pezzi possono essere modelli o processi dinamici come sensazioni, desideri, resistenze, fantasie ecc..
Funzionano un po' come le app di uno smartphone: rimangono apparentemente "dormienti" dentro di noi finché un evento le "attiva" e possono arrivare a prendere temporaneamente il sopravvento sulla nostra personalità principale.
C'è infatti una parte di noi con cui ci identifichiamo, che ci piace abbastanza o che comunque riteniamo debba essere il modo in cui ci dobbiamo relazionare con il mondo. E' la parte "attiva" per la maggior parte del tempo, di cui siamo consapevoli e che è considerata "accettabile" dal nostro sistema di credenze.
Man mano che ci allontaniamo dal raggio della nostra consapevolezza troviamo altre parti di noi, figure di sogno che più sono lontane dal nostro sistema di credenze, più ne ignoriamo la l'esistenza. Queste figure di sogno secondarie si esprimono in modo inconscio attraverso canali come sensazioni corporee, movimenti, sogni, ecc.
Alcune figure di sogno sono "speciali". Una di queste, chiamata meta-posizione, è quella parte che permette l'auto-osservazione (come accade nella meditazione) e che connette tutte le altre ed è capace di estendere la consapevolezza dell'individuo.
Un'altra figura di sogno speciale è il critico interiore, fortemente collegata al nostro sistema di credenze. Supporta le parti di noi con cui ci identifichiamo ed è spaventata da quelle con cui non ci identifichiamo. Il critico interiore non emerge mai da solo: dove c'è un critico in azione, c'è anche una figura di sogno che viene criticata, e soffre, e secondo alcuni è causa della maggior parte della sofferenza che sperimentiamo tutti i giorni.
Lavorare sul critico permette di trasformare l'energia di questa figura cambiare anche radicalmente la qualità della vita. Ne parlerò più in dettaglio nei prossimi post. Mi pare comunque che si possa dire che il nostro multiverso interiore è certamente piuttosto affollato!


mercoledì 6 settembre 2017

L'arte di arrendersi

L'asma mi sta insegnando l'arte di arrendersi. Quando arriva, devi abbandonare tutto quello che stavi facendo per dedicarti a lei. Se capita mentre dormi nel tuo letto, devi svegliarti, cercare una posizione favorevole, tossire per liberare i bronchi e cercare di respirare il più possibile tra un colpo di tosse e l'altro. Non hai tempo per arrabbiarti. Devi arrenderti a lei, perché il corpo rilassato richiede meno ossigeno.
Capisci che non hai nemmeno il controllo completo del tuo corpo, che sembra rivoltartisi contro e a stento acchiappi pensieri ed emozioni che schizzano nella mente in preda al panico. Stai lì, seduto sul letto con la schiena appoggiata al muro. Attendi che il farmaco faccia effetto e intanto osservi mentalmente il rigagnolo d'aria che sibila mentre s'intrufola in profondità nei bronchi fino a raggiungere i polmoni. Il rigagnolo d'aria entra ed esce, sibila e talvolta fischietta per lo sforzo di insinuarsi in buchi sempre più stretti a causa del muco. Che cosa avrà provocato questa reazione stavolta ? Che abbia digerito male ? C'è stato uno sbalzo di temperatura ? Un colpo di vento ? I pollini ? Non hai molta energia per le speculazioni. L'attenzione va al respiro e ti stupisci. Ti stupisci della fragilità della vita, fragile tanto quanto quel rigagnolo d'aria che porta la quantità minima di ossigeno al cervello, al cuore e a tutta la baracca.
Infine il cortisone comincia a fare effetto, impone la sua pace armata: inibisce il muco, rilassa i bronchi e tutto riprende come prima. Se sei fortunato, hai ancora un po' da dormire prima della sveglia.

Così anche nella vita. Desideri, pianifichi, implementi la strategia, adoperi tutte le tue risorse, le tue energie e poi, quando meno te lo aspetti, l'imprevisto. Ti fai passare l'arrabbiatura e ricominci, determinato, affini anche la strategia e poi, tac, un altro imprevisto. Ma non puoi demordere, la tua strategia è quella giusta, deve funzionare, devi raggiungere il risultato, le cose devono andare in quel modo, e farai di tutto perché vadano in quel modo, lotterai, manipolerai, passerai sopra ad altre cose importanti per te o per chi ti è vicino. Ma anche se riuscirai ad ottenere ciò che desideri, sarà solo per poco, e breve sarà la tua soddisfazione.
Che le cose vadano esattamente come desideriamo è un'eccezione. Il controllo che crediamo di avere sulla nostra vita è un'illusione.
Ci sono almeno un paio di buone ragioni per cui le cose stanno in questo modo. La prima è che ci sono parti di noi con cui non ci identifichiamo e sono quindi inconsce e in quanto tali agiscono fuori dal nostro controllo. La seconda è che ci sono tante cose, persone, eventi fuori di noi su cui possiamo avere un'influenza ma sono lontane dal nostro controllo.
L'arte di arrendersi è quindi la capacità di rinunciare al controllo continuo della nostra vita o di quella degli altri. E' l'arte di comprendere che noi abbiamo solo una parte di responsabilità in ciò che accade e solo per questa parte possiamo rispondere o intervenire. E' l'arte di accettare di ciò che è, e di lasciare andare le cose come noi le vorremmo.

"Per alcune persone, arrendersi può avere una connotazione negativa, che implica la sconfitta, la rinuncia, il fallimento nell'affrontare le sfide della vita, diventare letargici e così via. Arrendersi veramente, però, è qualcosa di completamente diverso. Non significa cessare di elaborare piani o avviare azioni positive. Arrendersi è la semplice ma profonda saggezza di seguire piuttosto che opporsi al flusso della vita." Eckhart Tolle

sabato 19 agosto 2017

Il Potere Personale

di Julie Diamond, estratto del libro Power: A User’s Guide. Traduzione in italiano di Nicola Bertin.

Il Potere Personale è una combinazione di Rango Spirituale e Rango Psicologico (per maggiori informazioni sul concetto di rango leggi il post precedente, la percezione del Potere). A differenza del potere sociale, il potere personale non dipende da niente di esterno o sociale per il suo valore. Mentre il potere personale non può essere misurato, la sua influenza è incalcolabile. Comprende la nostra abilità a fare e mantenere amicizie, negoziare conflitti, promuovere i nostri interessi, affrontare le sfide, imparare dalle difficoltà, rialzarsi dai fallimenti ed essere sostenuti da un senso di significato e scopo nella vita.

Il Potere Personale è qualcosa di innato e anche qualcosa che si sviluppa nel corso della vita. Deriva dalle caratteristiche con cui siamo nati così come dalla nostra esperienza, le capacità e abilità che abbiamo sviluppato nella vita. A differenza del potere sociale, il valore del tuo potere personale non è in contrasto con quello degli altri. Non c'è confronto né competizione tra poteri personali. Ognuno di noi è unico e così è il nostro potere personale.

Qualcuno di noi è stato incoraggiato ed amato e il nostro potere personale viene dal supporto sociale. Qualcuno di noi ha lavorato duro per superare delle sfide e, facendolo, ha scoperto profonde risorse interiori. Qualche volta troviamo potere spirituale attraverso pratiche religiose o spirituali. Qualche volta siamo "grintosi", tenaci nell'affrontare le sfide, lavoriamo con costanza verso gli obiettivi e rimaniamo ottimisti.

Il Potere Personale viene anche dalle lotte, da quelle esperienze di vita che non sono state facili. Se non apprezziamo dove siamo stati, diamo le spalle alla parte di noi che è stata vittima. Lodare l'alto rango rispetto al basso rango può farci reagire da una posizione bassa e farci fare un cattivo uso del potere che abbiamo sugli altri.

Quadro di Arnold Mindell

giovedì 17 agosto 2017

La percezione del Potere

di Nicola Bertin

Esistono diversi tipi di potere. In moltissime canzoni è celebrato il potere dell'amore. Ma esiste anche un potere della forza fisica, uno dato dall'intelligenza, il potere del denaro, della bellezza, della persuasione, della politica, delle armi.
Esiste anche un potere personale, che viene dal profondo di ognuno di noi e nessuno ce lo può togliere.
Quale che sia il potere a cui vi riferiate, ogni individuo ha la necessità di sperimentare un qualche tipo di potere, di sentire che la propria presenza ha un impatto nel mondo intorno a sé. Citando il filosofo Friedrich Nietzsche, potremmo dire l'essere umano è un animale che ha bisogno di significato. Il potere permette all'essere umano di sentire che la propria presenza è significativa, ha un valore nell'economia generale dell'universo.

Una delle sensazioni peggiori che si possono sperimentare è infatti sentirsi powerless "senza potere". Ecco alcuni esempi di momenti in cui è possibile sentirsi senza potere:
Il partner che amo se ne va. L'azienda che mi dà lavoro mi lascia a casa. Mio figlio fa quello che vuole e non mi ascolta. Sono molto di fretta e trovo il semaforo rosso. Un rapinatore mi minaccia con un coltello. Sono ad una festa e nessuno si accorge di me. Scrivo un bellissimo post su facebook e non ricevo nemmeno un like. Sto partendo per le vacanze e mi si rompe l'auto. Sto parlando in pubblico e la gente sbadiglia annoiata. Sono alla cassa del supermercato e il bancomat non funziona. Cerco di scrivere qualcosa per un romanzo o una relazione e non mi viene in mente niente. E' tutta la vita che non riesco ad avere buoni rapporti con mia madre. Soffro una malattia che sembra incurabile. La morte di una persona cara.

Analizzando gli esempi sopra citati possiamo osservare che si tratta di aspettative, desideri, bisogni che vengono frustrati o delusi. In questo casi, il potere può essere percepito come ciò che sta in mezzo tra quello che vogliamo e la sua realizzazione o la mancanza di potere può essere percepita come un ostacolo superiore alle risorse che abbiamo a disposizione per ottenere quello che desideriamo.
C'è anche un altro aspetto interessante nell'uso del potere nelle relazioni. A volte, in una discussione animata, la capacità di esprimere il proprio punto di vista e gestire le proprie emozioni non è sufficiente per sfuggire alla sensazione di impotenza e frustrazione. In quel caso è possibile che emerga un'altra parte di noi che usa un potere diverso, più legato alla natura animale dell'uomo, aggressivo, violento, fortemente determinato.
Il Potere è legato a qualcosa di viscerale. Citando Arnold Mindell "Ognuno diventa agitato o violento se viene fortemente ignorato, marginalizzato e lasciato solo nella disperazione." (Conflicts: Phases, Forums, and Solutions, p38).

Nella Psicologia orientata al Processo, si parla di Rango come la somma dei privilegi di un individuo, che dipende dalle sue caratteristiche sociali e personali, all'interno di un determinato contesto. Il direttore di un'azienda, per esempio, all'interno del contesto aziendale ha sicuramente un rango superiore dell'impiegato appena assunto. A un rango alto è associato molto potere, a uno basso, poco.
I tipi di Rango sono, secondo la suddivisione di Julie Diamond:
Rango Sociale. Dipende da quanto un individuo si identifica o è visto come parte di un gruppo dominante nella società. I fattori che lo determinano possono essere, per esempio, razza, genere, età, ricchezza, nazionalità, religione, orientamento sessuale, salute, educazione, lingua.
Rango Strutturale. Dipende dalla gerarchia dentro un gruppo o un'organizzazione. Possono essere posizioni come direttore, impiegato, presidente, dipendente, con il potere legato alla posizione. La gerarchia può essere anche nascosta o non esplicita, come in una famiglia o un gruppo di conoscenti.
Rango Psicologico. E' il senso di sentirsi centrati, sicuri di sé stessi. E' connesso alla consapevolezza, l'auto-conoscenza e l'autostima. Il Rango Psicologico supporta l'abilità di esprimersi anche di fronte a grandi poteri sociali. Aiuta ad essere fluidi nella relazione in molte situazioni e a tollerare la tensione senza cadere a pezzi.
Rango Spirituale. E' un senso di sentirsi connessi a qualcosa di divino o trascendente che permette di rimanere centrati anche in mezzo a un terribile conflitto. E' indipendente dalla cultura, dalla famiglia e dal mondo. Viene dalla sensazione di essere "dalla parte giusta" e da a queste persone grande convinzione.

Il Rango e, quindi, anche il Potere
- è qualcosa che viene in buona parte - percepito -. E' possibile solo in parte misurarlo perché dipende in buona parte dalla percezione unica dell'individuo.
- dipende dal contesto.
- è perlopiù inconsapevole.
- dipende dalle risorse che siamo in grado di attivare o sviluppare.
- ha anche una forte influenza sulla salute fisica e psicologica di un individuo. Studi su fasce di popolazione negli Stati Uniti dimostrano che chi ha un rango più basso, rispetto a chi a un rango più alto, ha un'aspettativa di vita più bassa e una maggior disposizione a contrarre alcuni tipi di malattie.

Sviluppare capacità di comunicazione e gestione delle emozioni può cambiare la percezione del Potere e prevenire la degenerazione dei conflitti in conflitti violenti.
Sviluppare consapevolezza del proprio Rango può prevenire fenomeni di abuso e migliorare significativamente l'autostima e la relazione con sé stessi e gli altri.
Il modo in cui usiamo il nostro Potere dipende da come lo percepiamo. Il motivo principale per cui si fa un cattivo uso del proprio Potere è sentirsi deboli. Avere un alto rango e sentirsi deboli è la condizione più favorevole all'abuso di Potere.

Julie Diamond, coach, consulente di leadership e autrice del libro Power: A User’s Guide. Nel video qui sotto parla, accanto all'intelligenza emozionale e all'intelligenza sociale, di power intelligence come di una competenza che permetta un'uso proprio e consapevole del Potere. "Alla fine della giornata" sostiene Julie "quello che conta è il proprio potere personale."

Le cinque regole del potere secondo lei sono
1. Il Potere è una sensazione, non un fatto.
2. E' più facile sentire di avere poco potere piuttosto che sentire l'influenza positiva di un ruolo di grande potere.
3. Il contesto mette in discussione il Rango sociale.
4. Il Rango sociale, dato che dipende dal contesto, è estremamente fragile.
5. Il Potere Personale è ciò che legittima il potere della posizione per avere veramente un effetto e far accadere le cose.

giovedì 10 agosto 2017

La Facilitazione Interiore

di Nicola Bertin.

"Interiore ed esteriore vanno assieme. Politica e lavoro interiore quotidiano non sono separabili. Non si può muovere una critica al mondo senza essere disposti a guardare il mondo di cui siamo portatori, l'universo composito della nostra stessa persona." Arnold Mindell

Il mondo interiore si specchia in quello esteriore. Il modo in cui gestiamo i nostri conflitti interiori, le nostre emozioni, la nostra autostima ha una profonda influenza sulle relazioni con gli altri e il modo in cui gli altri ci vedono.
Cosa comanda dentro di noi, cuore o ragione ? I nostri bisogni come individuo o la necessità di essere accettati dagli altri ? Il senso di responsabilità o il bisogno di libertà ? Come troviamo, se lo troviamo, un equilibrio dentro di noi ?
Dalla risposta a questa domanda dipendono anche le relazioni che viviamo, come affrontiamo i conflitti con gli altri, al lavoro, a casa, nel mondo, come ci sentiamo in gruppo, il senso di realizzazione personale, il senso di autostima, la capacità di leadership. Trovare un equilibrio interiore, una mediazione, una facilitazione tra i bisogni delle diverse parti di noi permette non solo di sentirci meglio con noi stessi ma permette di sviluppare la consapevolezza necessaria a trovare un equilibrio nel mondo esteriore. Per esempio, tra i nostri bisogni e quelli delle persone che ci circondano, a casa o al lavoro. Permette di sviluppare più facilmente empatia e comunicare meglio.

Nella facilitazione interiore si vanno ad esplorare le principali parti di noi: la parte più adulta, quella più legata all'infanzia, quella più spirituale, quella mediatrice, per scoprirne le caratteristiche e i bisogni e come le diverse parti comunicano tra di loro. Useremo il canale visuale per identificare le parti e osservare le dinamiche. Infine cercheremo di portare la consapevolezza acquisita nella vita di tutti i giorni.

martedì 8 agosto 2017

I cinque benefici della facilitazione

Questo post è un estratto di un articolo di Valerie Patrick originalmente pubblicato nel The Competent Collaborator e poi ripreso nella rubrica Coffee Break di Beatrice Briggs per IIFAC e tradotto in italiano da Nicola Bertin.

Questi cinque benefici chiave della facilitazione si basano sui servizi di facilitazione offerti dal Hayes Group e Kinharvie Institute.

Beneficio #1: la Facilitazione migliora i risultati delle riunioni. Migliorare i risultati delle riunioni è un modo per aumentare il rendimento degli investimenti nelle riunioni. L'investimento di una riunione è dato dalla somma dello stipendio per unità di tempo moltiplicato per il tempo di ciascun individuo presente alla riunione. Il rendimento dell'investimento è il valore monetario che i risultati della riunione consentono rispetto all'investimento per una riunione. Pertanto, migliorare i risultati delle riunioni in modo che i risultati della riunione consentano azioni che portino valore all'organizzazione è un modo per migliorare il ritorno sugli investimenti.

Beneficio #2: la Facilitazione migliora l'efficienza delle riunioni. Migliorare l'efficienza delle riunioni significa prendere meno tempo per raggiungere un dato insieme di risultati e ridurre le dimensioni degli investimenti necessari per ottenere un certo ritorno.

Beneficio #3: la Facilitazione gestisce professionalmente il comportamento disfunzionale del gruppo. A volte non hai scelta su chi deve essere coinvolto in una riunione. Il comportamento disfunzionale di un individuo in un gruppo può aumentare drasticamente il tempo di una riunione. Inoltre, il comportamento disfunzionale di un individuo in una riunione può ostacolare gli sforzi per produrre valore. In poche parole, il comportamento disfunzionale in una riunione è il nemico del ritorno sugli investimenti da quella riunione.

Beneficio #4: la Facilitazione consente al leader di partecipare al lavoro di gruppo. Tipicamente, i leader che assumono facilitatori non solo comprendono il valore della collaborazione per stimolare l'innovazione e produrre il cambiamento necessario, ma sono anche loro stessi grandi collaboratori. I facilitatori professionali non si impegnano nel lavoro di gruppo perché hanno bisogno di rimanere concentrati sulla conduzione del processo per raggiungere gli obiettivi concordati dell'incontro.

Beneficio #5: la Facilitazione guida il gruppo alla responsabilità. Gli incontri facilitati a livello professionale sono altamente interattivi. Il contenuto viene generato dai partecipanti stessi. Inoltre, riunioni professionalmente facilitate restituiscono dei risultati che promuovono azioni informate a seguito della riunione. Con la generazione di contenuti, i partecipanti "si giocano la pelle" e affrontano volentieri i passi successivi associati ai risultati delle riunioni.