sabato 4 agosto 2018

Su razzismo e antirazzismo

Recentemente ho visto un bellissimo film. Si chiama il "diritto di contare". Racconta la storia di tre giovani ragazze di colore che negli anni 60 sono riuscite a superare i pregiudizi razziali e sessisti e ad avere un ruolo da protagoniste nella storia dei viaggi spaziali americani.
E' l'epoca di Martin Luther King, John Kennedy, Malcolm X. L'epoca in cui per le persone di colore c'erano posti riservati negli autobus, c'erano bagni riservati, uffici riservati. E' un'esperienza che ci sembra lontanissima, eppure non sono passati ancora 60 anni. Ci sembra lontanissima quell'esperienza perché le sofferenze e le lotte di quegli anni non sono state inutili. Qualcosa è cambiato a livello collettivo. Oggi, l'idea che una persona possa essere considerata inferiore per via del colore della sua pelle o a causa del suo genere è, collettivamente, ritenuta sbagliata. Naturalmente continuano a verificarsi episodi di razzismo o di sessismo. Lo vediamo tutti i giorni, nella politica, nel lavoro, nelle relazioni. Siamo in grado di vederlo perché oggi c'è più sensibilità su questo tema, siamo, collettivamente, più consapevoli rispetto a 60 anni fa. È un processo che si deve completare. Abbiamo fatto molti passi avanti, dobbiamo farne ancora.

Viviamo un momento storico, in Italia, di fenomeni di contrapposizione definiti, per esempio, di razzismo e di antirazzismo. Sì compara questa epoca storica con altre epoche storiche ignorando tutto quello che c'è stato in mezzo, i passi in avanti che sono stati fatti, la sensibilità e la consapevolezza che, collettivamente, l'umanità ha acquisito grazie alle lotte e alle sofferenze che ci sono state nelle ultime decine di anni.
Abbiamo di fronte a noi problemi che richiedono soluzioni complesse ma la gestione della complessità è qualcosa che ci infastidisce nell'attuale contesto tecnologico di necessità di soddisfazione immediata dei bisogni. Abbiamo troppe cose a cui prestare attenzione, a cui pensare. Abbiamo bisogno di soluzioni semplici, di slogan che fanno capire che parte stiamo e chi sta sbagliando: gli altri, ovviamente.
E' un meccanismo che serve ad allontanare il disagio che sentiamo di fronte a questi problemi. Naturalmente questo meccanismo i problemi non li risolve però, per un po', ci sentiamo meglio.
Collettivamente, abbiamo altri passi da fare. Abbiamo bisogno di eroi capaci di guardare il disagio che hanno dentro senza proiettarlo sull'altro, capaci di accettare che anche nell'altro c'è una parte, per quanto piccola, di ragione.
Eroi capaci di ascoltare tutte le voci e di aiutare le persone a trovare soluzioni condivise a problemi complessi.


lunedì 2 luglio 2018

Il Mito della Vita nell'Arte del Processo

Il Mito della Vita è usato nell'Arte del Processo per dare una struttura che permetta di capire chi siamo e chi stiamo cercando di diventare.
Come leader nelle organizzazioni una maggiore consapevolezza del nostro scopo più profondo può aiutarci a capire il significato che si nasconde dietro le sfide che stiamo vivendo.

Il termine Mito della Vita è stato coniato da Jung per descrivere tutte le varie tendenze e influenze a lungo termine che insieme intrecciano la trama unica della vita di ogni individuo. Alcune di queste tendenze appartengono alla natura innata della persona mentre altre sono legate ai contesti culturali e familiari, al background storico e alle esperienze personali. È ciò che ti rende unico e diverso da ogni altra persona. In questo modo ognuno di noi ha le proprie sfide e i propri talenti. Ognuno di noi incontrerà le sfide della vita nel nostro modo unico.
Questa idea di avere un principio di organizzazione di fondo appare anche nella cultura "aborigena", dove la persona viene a volte indicata come una canzone dei sogni. "La vita è un tempo in cui la persona può cantare la sua canzone e vivere il suo sogno. L'espressione di quella canzone dà un senso alla propria vita e alla propria comunità." Mudroororoo (1994, p.64)

Jung notò nel suo lavoro che c'è una tendenza nella vita di ogni persona a rivisitare certi archetipi / figure nelle nostre vite e nei nostri sogni. Un modo per scoprire il nostro mito della vita è concentrarsi sui nostri primi sogni o ricordi d'infanzia. Ci sono alcune tendenze e modelli che si ripetono continuamente. Ed è ancora attraverso i nostri ripetuti incontri con questi modelli che possiamo crescere, svilupparci e connetterci con il nostro potenziale creativo.

Quindi il concetto del mito della vita è che c'è un progetto di base o un processo di sogno che modella le nostre vite. In un certo senso ci sono strutture che sono fatti immutabili, per esempio, dove siamo nati, cosa ci è successo nei primi anni della nostra vita, certi tratti innati della personalità, ecc.; ma pensare a questi come puramente deterministici è troppo limitante. Siamo esseri sognanti, fantasiosi e creativi in ​​grado di prendere in mano il nostro destino e usarlo come una tela su cui dipingere un quadro meraviglioso. Attraverso l'impegno attivo con il modello nella nostra vita diventano poteri che possiamo imparare a usare in modo creativo. Baker ed Edmunds (2009)

Questa è l'idea del mito della vita. Se diventiamo consapevoli delle influenze chiave e delle difficoltà che emergono continuamente nelle nostre vite, possiamo sfruttare consapevolmente quei poteri per la nostra crescita e lo sviluppo piuttosto che sentirci in balia di loro. L'Arte del Processo ha un quantità di metodi e tecniche per scoprire e dispiegare il suo significato e scopo. Come leader è utile per noi sapere quali sono i nostri modelli di base, qual è il nostro sogno più profondo e dove diventa evidente nella vita professionale. [*]

[*] Traduzione italiana di "Spirituality, leadership and management, seventh national conference proceedings: leadership for the merging world / Glenn Martin, Claire Jankelson, editors, p.122"



I miti presentano storie di dei, eroi leggendari, esseri con qualità o poteri speciali. Alcuni di essi raccontano la storia della creazione del mondo e dell'essere umano. Raccontano la storia dall'inizio dei tempi. Non abbiamo miti che stanno guidando la nostra vita ora. Nel suo saggio, Miti per Vivere, Joseph Campbell analizza e spiega l'origine e la funzione che miti e leggende hanno e hanno avuto presso i diversi popoli. Essi ci mostrano modalità di trattare con le differenti fasi ed aspetti dei nostri conflitti interiori ed esteriori, incluse le sfide fondamentali della vita. Il mito ha a che fare con l'energia base della nostra vita. Pensando alla vita come un viaggio mitologico è più facile comprenderne il significato. Come mi giudico da un punto di vista "mitico" ? I miti sono collegati a una data cultura, servono come radici o base per lo sviluppo culturale e ci aiutano a toccare l'essenza della vita.
Le fiabe sono meno locali in termini di cultura. Possiamo trovare gli stessi temi in tutto il mondo. L'analista Junghiana Marie Luise Von Franz, specializzata nell'interpretazione di fiabe scrive che le fiabe trattano di una sola cosa: il viaggio verso il Sé.

Il Mito della Vita si riferisce ad esperienze psicologiche di base che affronteremo nel corso della vita. E' un modello "compresso" che comprende alcune energie o qualità di base che siamo tenuti a sperimentare, esprimere o trasformare. Un modo per esplorare il Mito della Vita è lavorare con il primo sogno o memoria o fantasia di bambino. Un altro modo sono i sintomi cronici. I sintomi non sono solo individuali, non ne siamo responsabili, non siamo colpevoli. Il corpo ci parla, molti sintomi e limiti appartengono alla cultura.

Anche le dipendenze possono darci informazioni sul Mito della Vita. Alcune sono orribili ma la nostra psiche non è stupida. Con la dipendenza stiamo cercando un certo stato di coscienza, ci arriviamo quasi ma non esattamente. Non riusciamo a utilizzare questo stato e ci proviamo, perché ci eravamo quasi.

Ripetute difficoltà nelle relazioni. Le persone che incontriamo portano con sé l'energia che non sappiamo come utilizzare. Se, per esempio, le persone non rispettano i miei limiti, può essere parte del mito della vita.

Un elemento importante in questo contesto è il concetto di Alleato.
L'alleato è qualcosa che è al tuo fianco e ti aiuta. Nelle favole, quando il protagonista sembra stia per soccombere, qualcosa appare e cambia le sorti dell'eroe. Qual è il tuo alleato nei momenti in cui tutto sembra andare male?
Nella tradizione sciamanica, così come ci viene raccontata da Carlos Castaneda, l'alleato è invece qualcosa di molto diverso, di molto pericoloso. È un potere che aspetta e minaccia il guerriero nel posto dove si sta da soli, nel momento di difficoltà. Attraverso il confronto con questo potere, il guerriero acquisisce parte di questo potere e, a quel punto, diventa il suo più grande alleato. Possiamo trovare questo potere nei momenti più difficili della vita.
Attenzione a dire che tutto ciò che ci accade è buono, ed è importante dire no a questi eventi, dal punto di vista etico, sociale. Quando sono pronto ad affrontare esperienze traumatiche, allora posso affrontarle ed apprendere. È una scelta decidere che un evento può essere un alleato oppure no. Un evento può avere entrambi i lati, il lato terribile ma anche essere un alleato.

Nell'Arte del Processo scopriamo il Mito della Vita lavorando su:

  • sogni dell'infanzia
  • primissimi ricordi
  • sintomi cronici
  • dipendenze
  • situazioni di pericolo di vita
  • relazioni importanti
  • un "Alleato"
  • crescita personale continua
  • polarità dalla prospettiva della Mente del Processo


Dettaglio del fumetto sul mio Mito della Vita Dettaglio del fumetto sul mio Mito della Vita.

domenica 25 febbraio 2018

Le figure di sogno nella Psicologia orientata al Processo

di Sonja Straub, estratto da Stalking Your Inner Critic, traduzione di Nicola Bertin.

Un modo di comprendere e spiegare la psiche e il comportamento nella Psicologia orientata al Processo è dividerli nelle loro parti temporanee e personalizzare le parti come figure di sogno diverse.
Una figura di sogno è la personificazione di un pezzo di informazione o modello che compare con una personalità. Questi pezzi possono essere modelli o processi dinamici come sensazioni, desideri, resistenze, fantasie ecc [...]
Le figure di sogno sono manifestazioni momentanee nel tempo. Appaiono e nel farlo cambiano già le loro qualità e caratteristiche. Le figure di sogno hanno la loro propria psicologia e potenziale da crescere e sviluppare. Non solo l’intera persona ma anche le sue parti sono in processo continuo di cambiamento e sviluppo e deve essere visto come dinamico piuttosto che statico. L’unico modo di comprendere l’individuo è dinamico e limitato a uno specifico punto nel tempo. Descrive la configurazione momentanea della consapevolezza piuttosto che cercare cause nel passato o motivazioni intrapsichiche del comportamento. L’informazione importante è la configurazione presente della figura di sogno. Questa prospettiva rende relativi, se non inutili, termini come salutare e malato e in qualche modo esclude la diagnosi che va oltre la situazione momentanea. Le dinamiche delle esperienze personali sono incluse o si specchiano nel concetto di una persona come di un gruppo di diverse figure di sogno.

FIGURE DI SOGNO E LORO RELAZIONE CON L’INTERO
Al fine di spiegare la relazione dell’individuo con la figura di sogno userò l’analogia del teatro. L'individuo è l’intero, includendo il direttore, l’attore e tutto il cast che interpreta sé stesso. Le diverse figure di sogno incarnano aspetti dell’intero e hanno alcune qualità e caratteristiche di personalità separate. Hanno le loro caratteristiche e credenze, le loro preferenze e avversioni, la loro storia individuale e comportamento e una psicologia separata. Possono cambiare, crescere e trasformarsi come una persona o un personaggio in un’opera teatrale.
L’individuo non è semplicemente una persona coerente ma un gruppo intero di differenti personalità, un entourage. La personalità è come un grande assemblaggio. Questo significa che quando parliamo con qualcuno non parliamo semplicemente con una persona ma qualche volta parliamo con un intero gruppo di persone. Dicendo qualcosa a una figura di sogno possiamo irritare o lasciare fuori un'altra. O la persona può avere l'esperienza di sentirsi divisa; una parte sta facendo qualcosa con cui le altre parti non sono d’accordo.
Diamond confronta la figura di sogno e la sua relazione con l’intero con la struttura di una frase: “Una figura di sogno sta all'informazione intera come un morfema sta alla frase: il più piccolo elemento che contiene ancora significato.” (subm. manuscript, p.26)
Questo significa anche che le singole figure non hanno molto senso da loro stesse. Possono solo essere comprese e scoperto il loro intero potenziale all'interno del loro ambiente, comprese le relazioni con le altre parti. Spesso le figure di sogno sono in relazione complementare, o in reazione a un’altra. Per esempio, se c’è un bambino, spesso c’è anche una madre intorno, e se c'è un critico deve anche esserci da qualche parte una vittima o la figura criticata.

lunedì 13 novembre 2017

L'intelligenza artificiale e l'evoluzione della specie

di Nicola Bertin

Nel lontano 1993 scelsi all'esame di maturità di svolgere il tema sulle macchine pensanti. Supereranno o no l'uomo ?
La mia tesi diceva: probabilmente si, è l'inevitabile cammino dell'evoluzione, che non guarda in faccia nessuno. Chiariamoci subito su questo punto essenziale: al momento attuale nessuno sa come le IA evolveranno e neppure quando diventeranno autocoscienti. La sensazione, per chi si interessa al tema, è che questo momento sia imminente. Gli ultimi risultati sulle IA e il rilascio del computer quantistico mettono in fibrillazione alcune delle migliori teste pensanti di questo pianeta.



Elon Musk è probabilmente la persona che più di tutte le altre mette in guardia su come avviene lo sviluppo dell'IA. Dalle discussioni con il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ai commenti sui test nucleari coreani, ogni occasione è buona per ricordare il pericolo dello sviluppo incontrollato IA. Secondo Musk l'IA è la più grande minaccia alla vita umana così come noi la conosciamo ora. Al fine di promuovere e sviluppare un'IA amichevole alla razza umana ha fondato, insieme a Sam Altman e altri investitori, OpenAI, un'organizzazione non profit di ricerca sull'IA, con un investimento di oltre 1 miliardo di dollari.

Anche Stephen Hawking è pessimista a riguardo dell'impatto dell'IA sulla vita umana e insiste sulla necessità di evolvere in una specie multiplanetaria, che possa sopravvivere alle minacce del cambio climatico e dell'intelligenza artificiale.
Per quanto ne so io, le simulazioni sullo sviluppo delle IA danno come vincente nella maggior parte dei casi una specie aggressiva. Condivido le preoccupazioni di Elon Musk, soprattutto per quanto riguarda la competizione tra le grandi potenze. Saranno in grado di accordarsi e disponibili a rinunciare a un vantaggio competitivo pur di assicurarsi di avere tutti quanti IA che siano solo amichevoli ?

Un altro aspetto interessante riguarda il transumanesimo, ipotesi che lo stesso Musk sottolinea, è cioè di una evoluzione umana come integrazione tra uomo e macchina. Ipotesi che solo a pensarci mi mette i brividi ma che potrebbe essere l'unica possibile perché l'essere umano possa mantenersi competitivo con le specie che nasceranno come sviluppo delle IA. A meno che l'essere umano non compia un salto evolutivo di cui, al momento attuale, non si vedono le tracce. A meno che non nasca una coscienza collettiva che ci renda in grado di unire le nostre forze e di affrontare le gravi minacce che sono ormai all'orizzonte, dal cambio climatico, alla resistenza antibiotica, allo sviluppo incontrollato dell'IA.
Già adesso ci troviamo ad affrontare sfide date dalla tecnologia che polarizzeranno sempre di più il mondo del lavoro.
Potremmo trovarci, tra meno di 100 anni, a vivere in delle riserve come vivono ora gli indiani d'America, e la Terra dominata da altre specie, forse inorganiche. E ad essere grati che sia andata così.

domenica 5 novembre 2017

L'essenza del Personal Branding

di Nicola Bertin.

Tra maggio e giugno 2017 ho preso parte a un training Erasmus+ in Lettonia sul tema del Personal Branding: Brand New You. Insieme ad altri 29 splendidi partecipanti e 4 fantastici facilitatori abbiamo esplorato come diversi approcci e tecniche di personal branding del mondo del business possono essere utilizzate per sviluppare una crescita personale e professionale al fine di promuovere sé stessi e il proprio lavoro.
Aldilà della straordinaria esperienza umana e personale mi premeva condividere, da buon facilitatore, l'essenza di ciò che ho imparato sul Personal Branding. E la parola che più di tutto il resto mi è rimasta dentro è: Autenticità.

Chi sei veramente ? Quali sono i tuoi punti di forza e le tue debolezze ? Qual'è il tuo regalo unico, quel dono, quella conoscenza, quella capacità che senza di te non verrà mai manifestata su questo pianeta ? Se riesci a rispondere a queste domande, se riesci a capire veramente chi sei e sei in grado di esprimerlo in modo chiaro, onesto, fiducioso, hai colto e sviluppato l'essenza del tuo Brand.
Ci sono poi molti altri aspetti su cui si può lavorare per sviluppare il proprio Personal Brand, ma tutto parte da te, dalla capacità di cogliere chi sei e dal coraggio di usare pienamente il tuo potere personale.


Uno degli aspetti più interessanti del conoscere sé stessi e, probabilmente, la chiave di volta dell'intero processo, è comprendere che una persona non può essere definita in modo netto ma ci sono tanti parti, più o meno consce, che costituiscono il nostro multiverso interiore. La nostra personalità non è qualcosa di statico e costante, al contrario evolve e spesso è frammentata. Che noi vogliamo o no, le parti inconsce emergono nei movimenti del corpo, nella postura, nel tono della voce, nelle reazioni di un individuo alle situazioni. Conoscere queste parti è fondamentale per essere autentici e congruenti nel modo di comunicare, e riuscire a usare consapevolmente il grande potere che detengono, e che, spesso, sembra remarci contro.

mercoledì 27 settembre 2017

La facilitazione delle riunioni: che cos'è e perché serve al mio gruppo

di Lucilla Borio

Il momento della riunione dovrebbe idealmente rappresentare per un gruppo, una cooperativa o una qualsiasi altra forma associativa un gran bel momento di incontro ed elaborazione collettiva di idee e progetti comuni. Attraverso l’elaborazione e grazie all’intelligenza collettiva, le idee si trasformano in azioni mirate al raggiungimento degli obiettivi comuni. In un contesto laico, la riunione può assumere la funzione di un rituale che rinsalda i legami personali ed il senso di appartenenza al contesto scelto, esercitando in modo evoluto la funzione “politica” del gruppo nell’operare scelte strategiche e dare il via a progetti ed attività pratiche condivise. Insomma, un momento vivificante ed entusiasmante, in cui incontrarsi tra “compagni di viaggio” e decidere insieme cosa fare, un momento da accogliere con grande gioia ed alte aspettative... ma è davvero così ?
Nella realtà, la notizia di essere convocati ad una riunione provoca spesso nei partecipanti sensazioni non proprio gradevoli, che vanno da un lieve fastidio ad una vera e propria ansia, unita ad un senso di disagio nell’immaginare la situazione che si troveranno a vivere: un incontro disfunzionale, caotico, spesso inutile e frustrante.

E voi che esperienza avete? Provate a vedere se il test vi ricorda qualcosa di familiare!

Test rapido per capire se al tuo gruppo serve la facilitazione
o Le riunioni spesso iniziano e terminano in ritardo rispetto all’ora di convocazione
o L’Ordine del Giorno non viene comunicato prima della riunione, e durante la riunione non è visibile
o E’ difficile contribuire all’Ordine del Giorno con proposte e idee personali
o Ad ogni argomento non viene assegnato un tempo specifico
o In riunione ci sono alcune persone che parlano molto e altre che non parlano affatto
o Ci sono prevaricazioni e spesso non viene rispettato il turno di parola
o Perdiamo molto tempo con argomenti fuori tema e giriamo “a vuoto”
o Non prendiamo appunti su una lavagna a fogli o in altro modo visibile a tutti
o Le decisioni non vengono prese in modo chiaro e condiviso
o Il contenuto stesso delle decisioni non è chiaro e condiviso da tutti i membri del gruppo
o Molte decisioni prese in riunione non vengono messe in pratica
o Non è chiaro dove vengono custoditi i verbali delle riunioni e che uso ne viene fatto
o La riunioni sono faticose, noiose e non si fanno pause
o Si sta sempre seduti e non si usano tecniche di partecipazione attiva
o Al termine della riunione non facciamo nessuna valutazione del lavoro svolto
o Il clima relazionale del gruppo è problematico
o Ci sono persone stressate dai troppi incarichi ed altre piuttosto passive
o Non riusciamo a realizzare le finalità dello statuto o della carta di intenti
o Siamo in una situazione di conflitto che ci tiene bloccati
o Poche persone partecipano alle riunioni del gruppo, alcuni abbandonano la riunione prima del termine
o Stiamo perdendo membri e non capiamo perché


Se vi identificate in almeno la metà di queste frasi, è chiaro che il vostro gruppo ha bisogno di facilitazione! Ma cosa significa questa parola, ancora (ahimè) poco conosciuta nella cultura italiana?
Facilitare significa organizzare le riunioni in modo razionale, efficiente e partecipativo, per dar modo a tutti i membri del gruppo di contribuire al processo decisionale con la propria creatività e responsabilità.
Il fine della facilitazione è il bilanciamento dei tre vertici del triangolo del Processo di gruppo che evidenzia gli aspetti fondamentali della collaborazione: risultato (cosa facciamo insieme, gli obiettivi), processo (come lavoriamo insieme, la modalità), relazione (come stiamo tra di noi, le persone).
Il facilitatore è la guida imparziale del processo di gruppo, rispetta e cura la relazione tra le persone e si impegna affinché il gruppo prenda le migliori decisioni possibili per realizzare i propri obiettivi. Volete saperne di più? Allora ... al prossimo numero!

Lucilla Borio, Ecovillaggio Torri Superiore
CLIPS – Community Learning Incubator Programme for Sustainability
Coordinatrice per l’Italia di IIFAC - International Institute for Facilitation and Change

Vivere e collaborare in modo sostenibile

di Lucilla Borio

L’essere umano è un animale per sua natura sociale, che si è evoluto grazie alle caratteristiche specifiche legate alla capacità di comunicare con i propri simili per elaborare strategie vincenti a fronte di situazioni di inferiorità fisica rispetto alla potenza degli ecosistemi e all’aggressività dei predatori.
Insomma, non avendo zanne ed artigli ha imparato a cacciare in gruppo per riuscire a sopravvivere. Per comunicare meglio, ha creato l’uso della parola detta, scritta, trasmessa e codificata. Anche oggi, nell’era del digitale e della comunicazione virtuale, sentiamo il bisogno di unirci a persone che sentiamo simili a noi nei desideri e negli interessi, e creiamo nel nostro prezioso tempo libero un gran numero di associazioni, comitati, consigli e gruppi con una finalità collettiva esplicita e condivisa. Abbiamo ben capito che l’unione fa la forza, e che collaborando con gli altri possiamo raggiungere risultati che da soli non potremmo.
Ma ahimè, molto spesso la collaborazione si tinge di difficoltà, e il nobile ideale che ci unisce scompare dietro una cortina di attriti personali, tensioni, disagi e conflitti. Nel tentativo di realizzare i nostri sogni, ci ritroviamo in uno scenario da incubo da cui vorremmo scappare a gambe levate. La buona notizia è che si può imparare a gestire le dinamiche sociali attraverso percorsi di conoscenza e formazione su come collaborare in modo costruttivo, rispettoso e pacifico per raggiungere i nostri scopi.

Il triangolo qui a lato mette in evidenza i tre aspetti fondamentali che concorrono a creare una buona dinamica interna: risultato (obiettivo = che cosa?), processo (modalità = come?), persone =relazioni (chi?). Il triangolo deve idealmente essere equilatero (cioè dare pari rilevanza a ciascun aspetto); al baricentro si pone la responsabilità condivisa tra tutti i membri del gruppo per bilanciare le tre forze presenti e distanziare i vertici. Applicare buone pratiche di relazione, processo ed operatività all’interno di qualunque gruppo dà vita ad un modo di essere, di vivere, di lavorare che contribuisce a creare giorno dopo giorno una cultura di pace e collaborazione.



Ecco un breve elenco degli aspetti principali da tenere presenti quando si fa parte di un gruppo e si desidera lavorare insieme agli altri:

1) la gestione dei rapporti personali: l’esperienza quotidiana ci insegna che il conflitto è ineludibile ed è sempre dietro l’angolo. E’ un polo energetico che catalizza e polarizza le energie delle persone e può portare l’intero gruppo alla paralisi ed infine alla disgregazione, passando attraverso grandi disagi e sofferenze personali.

2) il senso di appartenenza: è il filo rosso che lega insieme persone collegate tra loro da ideali e principi, non da vincoli di sangue o rapporti economici. Un’identità collettiva e condivisa crea un territorio comune entro il quale tutti si sentono sicuri e a proprio agio.

3) la cultura della partecipazione e del processo decisionale: imparare a organizzare bene le riunioni e a scegliere consapevolmente il processo decisionale dà forza all'operato collettivo e aumento molto la possibilità che le idee/progetti divengano realtà. Motiva i soci a partecipare volentieri e ad invitare altri amici da coinvolgere.

4) la funzionalità operativa: per realizzare gli obiettivi prefissati, il gruppo si organizza in modo razionale ed efficace per poter funzionare attivamente e raggiungere i risultati concreti che aveva prefissato.

In questo momento di crisi planetaria abbiamo l’urgenza di uscire dai vecchi schemi di competizione e sopraffazione (sia tra esseri umani sia nei confronti del pianeta), e di sostenere una cultura legata all'ascolto, all'inclusione, alla partecipazione e alla valorizzazione dell’intelligenza collettiva, parlando un linguaggio diverso e aprendo strade nuove nelle relazioni personali e collettive. Sarebbe auspicabile che anche la classe politica, molto impegnata a litigare e molto meno a cercare risposte reali ai gravissimi problemi che stiamo vivendo, si risvegli dal “sonno della ragione” in cui è precipitata e si apra ad una trasformazione del proprio modo, assai insostenibile, di lavorare.

Lucilla Borio, Ecovillaggio Torri Superiore
CLIPS – Community Learning Incubator Programme for Sustainability
Coordinatrice per l’Italia di IIFAC - International Institute for Facilitation and Change